Recentemente ho avuto il piacere di partecipare ad una breve discussione su
Radio 24 sul tema della fuga dei cervelli.
A mio avviso, la questione della fuga dei cervelli si pone se inquadrata in un'ottica strettamente geografica. Allora si' che e' innegabile affermare che assistiamo ad una migrazione di talento, di imprenditori, ricercatori e studenti verso mete estere che offrono maggiori opportunita'. Si tratta di un dato di fatto irreversibile che non penso possa mutare nel futuro, almeno a breve o medio termine. Questo d'altronde e' anche un trend che sta in parallelo con l'outsourcing industriale o di servizi, ma a livello di risorse umane.
Secondo me invece si deve puntare su una rete di cervelli, sfruttando le tecnologie della rete e i nuovi modelli e strumenti associativi che essa offre. Inoltre, i cervelli in rete vanno inseriti in un ecosistema a piu' ampio respiro, popolato anche da imprenditori, tecnologi e professionisti in quanto le buone idee da sole non creano innovazione a meno che non si sposino ad iniziative imprenditoriali che rispecchiano l'evoluzione dei mercati. Allora si' che si puo' nutrire speranza, in quanto la distanza geografica non e' piu' una barriera e, anzi, le opportunita' di scambio di idee e conoscenza e integrazione col mondo impenditoriale che stanno alla base di un'economia di successo basata sui servizi vengono moltiplicate.
E' in quest'ottica che e' stata concepita BAIA (www.baia-network.org), un network ispirato ai modelli associativi della Silicon Valley, dove ricercatori, imprenditori, tecnologi e professionisti si incontrano e dove idee e innovazione diventano parte integrante di un ecosistema imprenditoriale a prescindere dalle distanze geografiche.
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